Ed Sheeran sa di agnello. Si chiama sinestesia

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Kathryn Jackson, 24enne inglese, soffre di sinestesia, una condizione in cui uno stimolo sensoriale genera automaticamente un ulteriore evento sensoriale imprevisto. Esistono circa 100 tipi di sinestesia e questo stato si verifica nel 4% della popolazione. Nel caso di Kathryn l’udito si mescola al gusto permettendole di percepire i sapori della musica. Ogni singola parola o nota sono un cibo che può essere addirittura di ”assaggiato”.

Ed ecco che Ed Sheeran profuma di agnello, i Foo Fighters sanno di crocchette di pollo, i Radiohead di uvetta, Katy Perry di glassa, Craig David di muesli ed Emeli Sandè di crumble di mele.

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Musica per dimagrire

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Per dimagrire avete provato ogni sorta di dieta: Dukan, Atkins, macrobiotica, zona, dissociata e perfino del gruppo sanguigno.
Basta pensare al digiuno, ecco un nuovo consiglio: aprite bene le orecchie. È proprio questo il suggerimento, “aprite le orecchie” e ascoltate bella musica.
L’udito potrebbe apparentemente sembrare il senso meno influente in campo alimentare ma non è così quando si tratta di perdere i chili di troppo.

Secondo uno studio dell’Università di Oxford la musica è un condimento e modificare la percezione del cibo con degli impatti benefici sulla salute. Infatti, le note acute suonate da un pianoforte sono ideali per rimpiazzare lo zucchero, o meglio ci fanno percepire gli alimenti fino al 10% più dolci senza modificare gli ingredienti. Per l’esperimento, il dott. Charles Spence ha fatto gustare una caramella mou durante la riproduzione di suoni acuti e successivamente bassi. La stessa caramella è risultata più dolce nel primo passaggio musicale e più amara nel secondo.

L’associazione musica-dieta non è nuova, infatti già nel 1400 Ludovico II, pericolosamente ingrassato, fu costretto a seguire una particolare dieta musicale. Le melodie erano diffuse durante i pasti in modo da distrarre Ludovico dal piatto e pertanto rendere più efficace il suo dimagrimento.

Leggi il nuovo articolo degli autori di Menuetto su L’Huffington Post

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Musica in cucina

Musica in cucina

Un crescente numero di recenti ricerche scientifiche sta dimostrando come la musica riesca a influenzare la percezione della gente del gusto, del sapore e della consistenza generale del cibo e dei cocktail.

Diversamente dall’idea trasmessa da un’inserzione pubblicitaria di qualche anno fa dell’AEG Electrolux per i suoi elettrodomestici da cucina, che aveva come slogan “La cucina silenziosa come una biblioteca”, le cucine, soprattutto quelle professionali, sono luoghi pieni di rumore – o almeno dovrebbero esserlo. Lo chef Zakary Pelaccio, fondatore dei ristoranti Fatty Crab e Fatty ‘Cue nel Nordamerica, scrive nel suo libro “Eat with your hands” (“Mangia con le mani”), “Invece di una cucina silenziosa, con la tipica vitalità di un’aula di giustizia, volete che la vostra cucina sia una festa? Allora mettete su un po’ di musica”… “Ogni cucina professionale che io abbia mai gestito e ogni cucina casalinga nella quale io abbia mai trascorso del tempo sono piene di musica. Se guardate meglio, noterete che tutti cucinano a ritmo. Tutti i bravi cuochi lavorano con un ritmo naturale – potete vederlo nel loro passo, sentirlo nel modo in cui affettano o battono il pestello. Quel ritmo è la sottile manifestazione di una connessione del cuoco con i suoi ingredienti. Allora, accendete la musica”.
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5 consigli per scegliere il tavolo al ristorante. Siete sicuri di saperlo fare davvero?

Tavolo al ristorante

Dopo un’attenta valutazione delle recensioni di TripAdvisor, diverse guide cartacee e un po’ di commenti di amici hai trovato il ristorante che fa per te. Prima di scegliere cosa mangiare c’è un’altra opzione a disposizione che solitamente viene delegata al cameriere all’accoglienza: il tavolo.

Ecco 5 consigli che ti permetteranno di selezionare il posto migliore del locale in cui trascorrere serenamente la serata.

Leggi il nostro articolo su L’Huffington Post

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Il rumore e il suo impatto sulla percezione del cibo e delle bevande

rumore e cibo

I ristoranti stanno diventando più rumorosi. Questo, almeno, è ciò che i critici gastronomici ci dicono e quanto evidenziato da un articolo pubblicato su Flavour. Secondo alcuni critici, altro non è che una scelta di diversi chef influenti di far ascoltare in sala la stessa musica che loro amano ascoltare in cucina. Altri vedono un ulteriore motivo collegato al tentativo dei ristoratori di incrementare i profitti. Come ad esempio all’Hard Rock Cafè, i cui fondatori si resero conto che mettendo musica ad alto volume e molto ritmata, i clienti abituali parlavano meno, consumavano di più e se ne andavano in fretta, una tecnica documentata dall’International Directory of Company Histories.

 

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Cibo in aereo? Meglio un Bloody Mary

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Volo per Londra: avete mai notato quante persone chiedono un Bloody Mary in aereo? Tuttavia, se chiedeste loro quante volte ordinano lo stesso cocktail anche a terra, vi diranno di rado.
Tutto ciò ha indotto i ricercatori Charles Spence, Charles Michel dell’Università di Oxford e Barry Smith del Centre for the Study of the Senses di Londra a pensare che l’artefice di questa richiesta possa essere il pomodoro, ricco di umami.

Si tratta al momento di un presentimento ma l’umami sembra essere uno dei pochi sapori che riusciamo a distinguere indipendentemente dal rumore di fondo a cui siamo esposti durante il volo e che in un Airbus A320, ad esempio, si attesta attorno a 86db.

E’ stato già sperimentato che un forte rumore inibisce la percezione della dolcezza e della salinità e, se dovesse essere dimostrato che la percezione dell’umami è davvero insensibile al rumore, allora si potrebbe pensare addirittura di creare un menù che ruota attorno a questo sapore con alimenti come il parmigiano, pomodori e funghi. Recentemente proprio la British Airways si è mossa in questa direzione: ecco il video

Ricordiamo che gli ingredienti ricchi di umami sono da sempre utilizzati nella nostra cucina, basti ricordare la classica ”pasta al pomodoro”, spesso ricoperta da grandi quantità di parmigiano e sugo, per non parlare della pizza con pomodoro e acciughe. L’ultima combinazione, tra l’altro, produce un effetto presumibilmente potenziato del sapore umami.

Forse tutti quei viaggiatori che ordinano un Bloody Mary dopo che il segnale della cintura di sicurezza è stato spento hanno intuitivamente capito ciò che gli scienziati stanno solo ora lentamente venendo a scoprire empiricamente in merito all’interazione tra ciò che sentiamo e ciò che gustiamo. Solo la ricerca futura sarà in grado di dimostrare definitivamente se certi sapori sono più o meno colpiti dal rumore di fondo (o dalla musica) rispetto ad altri.

Nel frattempo, quando mangerete qualcosa in aereo, prestate attenzione al gusto e a cosa assaporate… darete un contributo alla scienza.

Fonte: Flavour Journal

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L’impiattamento: da mera utilità a nuova forma di arte

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Il primo assaggio avviene sempre con gli occhi: la sensazione visiva di un piatto è importante quanto il suo sapore. È quanto emerge da una ricerca di Ophelia Deroy del Centro Studi dei Sensi dell’Università di Londra e pubblicata su Flavour Journal.

Il cibo non è mai presentato e servito così com’è ma dovrebbe essere elaborato nel modo più attraente possibile. Questo fatto forse ovvio, chiamato “impiattamento” ha ricevuto poca considerazione fino ad ora dagli studiosi del cibo. Una negligenza che contrasta con l’enorme interesse condiviso da chef, pubblico e mezzi di comunicazione.

In ogni caso, tutti dovrebbero essere portati a conoscenza del fatto che le presentazioni delle portate toccano tutte e tre le componenti chiave del piacere, come individuato da Daniel Kahneman nel suo lavoro sulla psicologia edonica: l’aspettativa, l’esperienza e la memoria. Molti considerano l’impiattamento come la ciliegina sulla torta, una fase finale del processo di realizzazione del piatto che può essere eseguita in maniera indipendente dal sapore della ricetta, invece, è diventato centrale per il pasto e dovrebbe essere riconosciuto sia come guida nella creazione culinaria che nella presentazione a tavola.

Leggi il nostro nuovo post pubblicato su L’Huffington Post

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